DIDONE E PENELOPE: SE L’AMORE E’ UNA SINDROME. Stralci da “Didone, per esempio” di Mariangela Galatea Vaglio

Vorrei parlare di questo con una certa allegria in corpo, come Mariangela Galatea Vaglio, in Didone, per esempio. Sono morta dal ridere, leggendolo. Immaginavo questo crazy dialogue di fronte a me, tra una Vaglio incazzata e una Didone inesistente. Oppure l’ombra di Didone, tornata a piangere dal regno dei morti. E Vaglio che le diceva “Eddai, non fare così,” oppure “Non ci si può ridurre così per il primo che passa!” E lei che, imperterrita, si lagnava.

Vaglio nel suo libro immagina piuttosto una “Didoneide” in cui la regina, scaricata dall’impavido Enea, (che non ha il coraggio di lasciarla e la abbandona perché è obbligato a seguire chissà quale grande destino – alias l’impero romano fallito), decide di dedicarsi a questioni più importanti, come il suo regno, e a non piangere l’amore perduto. Una Didoneide in cui la donna si rialza. Anzi, la donna in realtà non cade affatto. Un insieme di ironia, battute, e pensieri sensati, espressi con la crudezza di una cara amica che cerca di farti riflettere quando tu, palesemente, non riesci a ragionare.

E cito:

Sogno una Didoneide che ti renda finalmente giustizia, in cui lui ti abbandona, ma tu lo guardi andar via dalla terrazza della reggia con un sorriso pacato, finalmente conscia che il suo destino, sì, è quello di andar nel Lazio, e vada; anzi ti dispiace solo per quella povera disgraziata di Lavinia, che si dovrà sopportare pupo, suocera, amici e soprattutto lui, per invecchiare insieme con la sua tristezza cronica e la conversazione da sbadiglio. E mentre la nave si allontana all’orizzonte, di nuovo libera e di nuovo regina, convochi un bell’ufficiale della guardia, scattante e muscoloso, perché c’è da fare una ispezione al porto e contrattare le rotte con gli Etruschi, e rinnovare i sofà della reggia, programmare la rappresentazione teatrale per la sera … e la vita va avanti meglio senza quella lagna di Enea, su.

La “sindrome di Didone” è in realtà qualcosa di realmente esistente. Un mito, inventato un po’ dagli uomini, confermato un po’ dalle donne, che si incentra su una figura femminile di spicco, che suo malgrado si vede spezzata da un uomo. Alcuni l’hanno paragonata perfino ad Anna Karenina, la Tolstojana che abbandona famiglia e ricchezze per seguire un baldo giovine, e che poi, pentita e in miseria, decide di suicidarsi. Ma voglio affrontare questo argomento con allegria, dicevo.

Penso, poi, a quell’altra donna che guarda il mare, dalla finestra del suo palazzo ad Itaca. Cara Penelope, che non esci più di casa, che aspetti il ritorno di Ulisse, perché non parti anche tu per il mare, invece? L’epica classica è piena di queste donne mirabili abbandonate da prodi avventurieri… Però, diciamocelo, anche le donne sono in grado e possono abbandonare un uomo.

Comunque, la sindrome di Penelope è anche una malattia piuttosto accertata, che colpisce specialmente donne di una certa età, fomentandone la depressione per la perdita del marito, o l’invecchiamento. Queste donne tendono a non uscire più di casa, a non aver voglia di far niente, se non sospirare. Non parlano, non bevono, non si divertono.

Dunque, di cosa stiamo parlando? Di un amore che è poi una sindrome? La mente è uno strumento affascinante. Quante storie, quante motivazioni, quanti malanni riesce ad inventare. Creiamo ragioni per intristirci. Creiamo amori e idee, che non esistono. Aspettiamo qualcosa che non c’è. Samuel Beckett a questo proposito mise in scena una divertentissima play: Waiting for Godot. I quattro personaggi protagonisti si incontrato e discutono palesemente del nulla, e trascorrono le loro giornate aspettando questo famigerato “Godot,” che non verrà mai, che nessuno ha mai visto, che forse non esiste. Aspettano, trascorrono la loro vita aspettando su una panchina, nello stesso posto. Aspettano qualcosa che non esiste. Aspettano Godot. Forse qualcuno dovrebbe creare una sindrome anche per questo: “la sindrome di Godot.” Come se non ne avessimo già tante, di sindromi.

Anyway, lo sappiamo. Ci incateniamo in limiti che sono solo dentro la nostra mente. Quando la verità, l’unica vera prospettiva che dovremmo avere è che non ci si può intristire per qualcosa che non esiste. Didone, se Enea se n’è andato “per il Lazio” è perché, in fondo, non eravate innamorati. E Penelope, se Ulisse se n’è andato per il mare, e si è divertito con Circe, e poi con Nausicaa, e le ninfe, eccetera, eccetera, è perché, diciamocelo, i matrimoni erano un tantino combinati e probabilmente non era l’amore della tua vita. Dunque, Didone e Penelope, continuate a piangere per un’idea che non esiste. Rifletteteci, è come piangere una vita per un romanzo dal pessimo finale. L’avete letto, sapete che le fiction sono false, lo dice la stessa parola, FICTION! Dunque, è concesso dispiacersi appena arriviamo all’ultima pagina, e tutti muoiono. Ma non è concesso farlo per tutta la vita!

Allora curiamo la sindrome di Didone, e la sindrome di Penelope dicendo che è così che dovevano andare le cose. E che i ricordi è bello conservarli per quello che sono. E sono d’accordo con la Vaglio, cara Didone, l’ufficiale di guardia secondo me sarà un ottimo partito, meglio di uno la cui storia inizia scappando, prima da Troia e poi da te.

A chi lo consiglio: a tutte le donne, e anche agli uomini appassionati di classici. A chiunque abbia perso qualcosa, e a chi ha guadagnato qualcos’altro.

A chi non lo consiglio: ai criticoni. E a tutti coloro con la “sindrome di Enea.”

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