La vera identità di William Shakespeare

San Valentino 2018: c’è chi lo passa da single, chi ha perduto l’amore, chi ne sta vivendo uno nuovo, e chi, come William Shakespeare ha perso addirittura se stesso. 

Infatti, da qualche anno, le più svariate teorie hanno messo in dubbio l’identità dell’autore di Romeo e Giulietta. Nel 2009, infatti, diversi studi hanno prospettato la possibilità che Shakespeare non fosse neanche inglese.

“Gli anni perduti di Shakespeare” – 1585-1592 – scrive Bill Bryson nella sua biografia dell’autore “sono realmente perduti.” Questa è forse la frase più emblematica da cui partire quando ci si chiede chi era realmente William Shakespeare. Più effimera dell’amore stesso, di cui Shakespeare è il più famoso cantore, sembra proprio la sua stessa persona. La storia che tutti ci hanno raccontato è che Shakespeare è nato a Stratford-upon-Avon il 23 aprile 1564 e che è morto sempre il 23 aprile 1616. Bill Bryson ci dice che probabilmente, dato che in Inghilterra non si utilizzava ancora il calendario gregoriano, a differenza del resto d’Europa, quello che in realtà era considerato il 23 aprile secondo il calendario gregoriano sarebbe stato invece il 3 maggio. In ogni caso, partendo da questa strana simmetria di nascita e morte nel destino di Shakespeare – che sembra piuttosto essere stata congetturata a tavolino – Bill Bryson ci dice che il giovane di Stratford ha frequentato la grammar school fino intorno ai 15 anni, e che tale grammar school era in realtà piuttosto prestigiosa, ci insegnavano vari docenti di Oxford e Shakespeare ha avuto la possibilità di studiare il latino. Intorno ai 18 anni Shakespeare sposa una certa Anne Hathaway, ha tre figli con lei, e intorno al 1590s abbandona la famiglia per andare a Londra, non si sa come e perché, forse dopo aver incontrato una compagnia teatrale giunta nei pressi di Stratford. Qui intraprende la carriera di attore e poi di commediografo.

21 delle sue opere sono ambientate in Italia, a Verona, Venezia, Roma e Messina. Shakespeare descrive l’Italia in maniera impeccabile. Strano per uno che non ha mai visto nessun’altro luogo al mondo, a parte Stratford e Londra. La coincidenza ancor più stravolgente è che la sua commedia Much Ado about Nothing è l’esatta traduzione di una commedia scritta in siciliano da un certo Michelangelo Florio, intitolata proprio “Tantu Scrusciu pii nenti” (tanto rumore per nulla, ndr.) La cosa ancora più sconcertante è che tale Michelangelo Florio era figlio di Giovanni Florio e Guglielma Scrollalanza, e che il nome di quest’ultima è l’esatto calco del nome William Shakespeare (Guglielmo – Willam, Shake-speare – Scuoti-lancia). Coincidenze? That’s weird!

Una seconda teoria associa Shakespeare alla figura di John Florio, un colto italiano che dovette fuggire in Inghilterra per motivi religiosi. Egli è autore del famoso A World of Words– un mondo di parole, noto dizionario italiano-inglese in cui figure retoriche usate da autori quali Dante e Boccaccio vennero rese comprensibili al pubblico. In Primi Frutti Florio iniziò a sperimentare tecniche di creazione linguistica, dando un importante contributo allo sviluppo della lingua inglese. Queste tecniche di creazione linguistica sono state individuate da molti anche nelle opere di Shakespeare, cito ad esempio lo studio di Laura Orsi (2016) presso l’Accademia Galileana di Scienze, Lettere ed Arti, che si concentra proprio su un’analisi comparativa tra il processo di creazione linguistica nelle opere di Florio e quelle di Shakespeare. In altre parole, secondo questa teoria, William Shakespeare non era altro che un prestanome per John Florio, perché in effetti un William Shakespeare di Stratford-upon-Avon è esistito.

Ora, sorgono spontanee due domande. Perché, nella prima teoria, l’autore avrebbe dovuto fare il calco del nome della madre? Dicono, suonava meglio rispetto a quello del padre. Questa giustificazione sembra, tuttavia, un po’ scarna di contenuti. Se invece crediamo alla seconda teoria, quale sarebbe la ragione per cui un John Florio già impegnato nel mondo culturale e della scrittura, avrebbe dovuto nascondere la sua attività da drammaturgo?

Da uno studio dei testamenti rispettivamente di John Florio e William Shakespeare sono venute fuori due figure opposte di uomini: l’uno preoccupato a chi dover lasciar i suoi numerosi libri, l’altro molto più pragmatico, preoccupato a chi lasciare i proprio mobili, senza fare accenno a libri o elementi culturali nella sua vita al di fuori del teatro.

Robert Greene, contemporaneo di Shakespeare, in una famosa nota riguardo l’autore, lo descrive come un “corvo”, venuto fuori dal nulla, che pensava di essere l’unico “shake-scene” (scuoti-scena, ndr) del Paese. Da qualche parte, viene da pensare, tutte quelle informazioni sull’Italia, sulla Danimarca, sulla Francia deve averle prese. Quelle storie, qualcuno deve avergliele raccontate. Un corvo? Forse. Un ladro? Forse. Italiano? Forse. In quel caso sarebbe il corvo, ladro, italiano più scaltro della storia.

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