Must See of the Month: THE POST. Essere leader, essere donna

IMG_0282Si conquista così la prima posizione per incassi nelle sale italiane The Post di Steven Spielberg: a pochi giorni dall’uscita il film incassa 2.313.899 euro in 489 sale, con una media per sala di 4.731 euro. Senza dubbio una componente importante per raggiungere il successo sarà stata la splendida performance dei due main characters –  Ben Bradlee (Tom Hanks) ed Katharine Graham (Maryl Streep) –eppure, a volte, nel successo bisogna cercare radici più profonde, motivazioni migliori che giustifico il perché bisogni classificare migliore qualcosa piuttosto che un’altra. Il New Yorker ha definito il film come “un’ode al giornalismo,” il New York Times lo ha definito come “il trionfo della democrazia sull’oscurità.” Perché? Si potrebbero avanzare due ragioni, legate alle tematiche piuttosto attuali che il film rappresenta, pur essendo ambientato negli anni ’70: la libertà di stampa, e il ruolo delle donne nella società.

Evitando i più superflui spoiler (conviene andare a vedere il film!), basterà dire che esso rappresenta  un momento difficile nella storia del giornalismo americano, quando il New York Times e il Washington Post dovettero decidere se pubblicare o meno dei documenti che presentavano importanti segreti di Stato circa la guerra in Vietnam (i famosi Pentagon Papers). Entrambe le testate decidono di pubblicarli, andando incontro ad un’udienza che li vedeva fronteggiare nientepopodimeno che il Presidente degli Stati Uniti Nixon. Libertà contro tirannia. Diritto alla verità. Chiamatelo un po’ come volete. La storia ci dice che vinsero.

Nascoste tra preoccupazioni e segreti di stato, ci sono nel film alcune battute che si riferiscono alla posizione di publisher ricoperta da Katharine Graham: in quanto donna, non era previsto. E’ stato un incidente averla dovuta mettere lì. Come fai ad avere un lavoro e a gestire le preoccupazioni di casa, Kat? Le dice un’amica dopo cena, mentre gli uomini si erano rintanati in una stanza a discutere di business e a fumare sigari. Come si fa ad essere leader e donna? Si fa. Come fa un uomo, ostentando polso duro e sicurezza nei momenti difficili. Being confident. Non c’è altro modo, se non questo.

E’ proprio Katharine che deve prendere la decisione finale, pubblicare o no i documenti? Rischiare il tutto per tutto per amore della propria professione, o no? Katharine decide di si, e a ruota libera la seguono tutte le principali testate americane. Una piccola rivoluzione, iniziata in qualche modo da una donna.

Si commette a volte l’errore di pensare che tutto questo sia finito. Che oggi nessuno storce il naso se sei leader e sei donna. Ma non è così. Business e smalto alle unghia in certi campi non viene ancora considerato un dignitoso connubio.

Il New York Times e  il New Yorker hanno definito questo film particolarmente attuale, facendo riferimento al governo Trump, alla libertà di stampa e al sottile labile tra verità e menzogna nelle testate giornalistiche.

Più che dare adito all’istinto demagogico, condivisibile o meno, bisognerebbe focalizzarsi forse sull’importanza dei concetti che il film trasmette. A volte concetti come la “libertà” o “il diritto di espressione” perdono valore e cadono nell’ombra senza che ce ne accorgiamo. L’interesse politico e l’attualità è senz’altro un fattore importante su cui riflettere quando ci si trova davanti a produzioni e creazioni artistiche di qualsivoglia genere, ma bisogna anche riflettere sull’importanza macro del messaggio. Riflettiamo ad esempio su cosa voglia dire “libertà” e sul valore che abbia la protezione di questo diritto. Libertà di dire la propria, di conoscere la verità, di occupare una determinata posizione, al di là del proprio genere sessuale. Libertà di non aver paura di essere se stessi. Libertà d’essere e d’esprimersi. Libertà di sognare qualcosa di migliore, senza limiti.

Qual è la chiave di successo di questo film? L’ode alla libertà, a cui ognuno di noi, consapevole o meno, tende l’anima. Per qualsivoglia ragione, nel piccolo e nel quotidiano ognuno ha lottato per preservare i propri sogni, la propria libertà d’azione, d’espressione, di progettare. Ognuno ha lottato almeno una volta nella vita contro dei limiti che gli erano stati imposti. Ognuno di noi è stato almeno una volta nella vita Katharine Graham o Ben Bradlee. Ognuno di noi riesce ad immedesimarsi nei panni di uno che ha lottato per difendere un’idea o un pensiero. Colpevoli di essere complici nella lotta per difendere la libertà. Tutti insieme nell’aula di tribunale, in quel film, e nella vita reale, con i colleghi del Washington Post.

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