“Datele altri cento anni e una stanza tutta per sé, e la sorella di Shakespeare rinascerà.” – Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé

 

 

Nessun libro che parla di donne e indipendenza può essere più attuale di “Una stanza tutta per sé” di Virginia Woolf. Me ne rendo conto mentre a caso, nel giorno dell’anniversario della sua nascita (25 gennaio) risfoglio curiosa le sue pagine. Me ne rendo conto fin dall’inizio, quando la ritrovo seduta sulla sponda di un fiume a pensare a cosa rispondere quando le viene chiesto di parlare di “women and fiction,” donne e la loro relazione con la scrittura. Me ne rendo conto quando, fuori dalle porte di Oxbridge descrive lo sguardo stranito di un uomo che le passa accanto e la vede seduta sulla sponda. Quando vede le porte della biblioteca chiuse alle donne e pensa a quanto sia brutto essere chiuse fuori, e a quanto possa esser peggio rimanere chiuse dentro. In ogni caso, sei sempre rinchiusa da qualche parte, in una condizione o stato dal quale non puoi uscire. Me ne rendo conto ancora quando al college di Oxbridge con Mary Beaton, si ritrova nuovamente chiusa in una stanza, mentre gli uomini discorrono in solitudine di questioni più importanti e di economia. Me ne rendo conto quando ripensa agli effetti della “povertà sulla mente,” e cerca di spiegare per quali condizioni uomini e donne hanno un destino diverso, un’educazione diversa, possibilità economiche diverse.

Tramite una magica finzione letteraria, Virginia Woolf tratta di temi importanti con la leggerezza di un passero in volo. E spiega come per Mary Beaton (personaggio fittizio) sarebbe impossibile praticare gli ozi altolocati degli uomini, perché sua madre non le ha lasciato abbastanza denaro per essere indipendente. E d’altronde, come avrebbe potuto? Se anche ne avesse avuto l’ingegno, la maternità l’avrebbe frenata almeno per una decina d’anni, dovendo crescere tredici figli e dedicarsi completamente a loro almeno fino al sesto anno di vita, perché “sembra non stia bene lasciar scorrazzare i figli per strada.” E mi rendo conto di quanto sia attuale, se pensiamo che la maternità e la carriera ancora oggi per molte donne sono elementi di difficile connubio.

E ancora, quando passando una giornata alla British Library, con l’etereo personaggio Mary Seaton si rende conto che le donne sono il soggetto di molti libri scritti da uomini, ma ben pochi se ne trovano di libri, su quegli scaffali, scritti da donne. E, soprattutto, la maggior parte dei libri che trattano della figura femminile sono scritti con rabbia. E  Virginia/Mary, leggendo quelle pagine rabbiose, si infuoca di quella stessa rabbia. E conclude che forse la rabbia deriva dalla paura di sentirsi defraudati della propria autonomia, della propria superiorità. Che quegli uomini che scrivono con rabbia forse partono proprio da quella stessa paura. Non bisogna scrivere con rabbia per essere imparziali e descrivere una situazione, dice Virginia/Mary. Perché la rabbia non è imparziale.

E poi ripercorre la storia, e pensa al perché quegli scaffali siano spogli di scritti di donne. E se Shakespeare avesse avuto una sorella, diciamo Judith, quella sorella sarebbe potuta diventate poetessa come il fratello? Prima di tutto, le donne non potevano ricevere un’educazione al pari degli uomini. E persino ai tempi della Woolf era difficile che potessero essere ammesse all’università. E se anche Judith Shakespeare fosse riuscita, come il fratello, a scappare nella grande Londra e a tentare una carriera in teatro, il suo unico destino e la sua unica possibilità di sopravvivenza sarebbero stati un matrimonio e dei figli. E così che in questa triste storia la sorella di Shakespeare si toglie la vita.

E analizzando i grandi classici dell’ottocento, Virginia Woolf inneggia a figure come Jane Austen, le sorelle Brönte, George Eliot, che non avendo una stanza tutta per sé potevano aspirare solo alla scrittura di mirabili romanzi, non trovando abbastanza concentrazione per la poesia. E tutte insieme le donne che impugnano la penna dovrebbero portare un fiore alla tomba di Aphra Behn, la prima coraggiosa che osò dedicarsi alla scrittura.

E poi Virginia Woolf analizza un finto romanzo contemporaneo, della finta Mary Charmichael, che certo non è brillante come le sue antenate, ma che magari, tra cento anni, se avesse soldi e una stanza tutta per sé, potrebbe diventare geniale.

Allora secondo quale prospettiva bisogna guardare al rapporto uomo-donna, e alla possibilità del loro ruolo nella società? L’androginia, risponde Woolf. L’equilibrio mentale che porta l’essere femminile e l’essere maschile ad accettarsi l’un l’altro, ad unirsi in un’unica prospettiva di uguaglianza, per essere geniali. E ancora, mi sembra un discorso contemporaneo, se pensiamo alla campagna femminista HE FOR SHE, che sembra proprio riferirsi ad un suggerimento “androgino.”

Alla donna, dice Virginia, chiudendo il suo saggio, servono cento anni, una stanza tutta per sé, dei soldi e la possibilità di alzare la sua voce senza che essa venga soffocata dalla società. Cento anni, del tempo. Una stanza tutta per sé, l’indipendenza. Dei soldi, la libertà economica.

Cento anni sono passati. Donne, raise your voice.

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