A trip to Berlin: due aggettivi per capire cosa aspettarsi

Una donna con un passato turpe che si nasconde il volto con bellissimi veli. Un uomo con cicatrici evidenti e bei vestiti per nasconderle. Un colosseo in rovina in mezzo al contesto grandioso di una Roma d’Europa. Questa è Berlino. Un memorial eterno di cicatrici della storia del mondo. Camminando tra le strade intorno ad Alexader Platz, ecco un’immagine sintomatica: a ovest della strada un palazzo antico, con gli angoli anneriti da un fumo ormai dissolto, ad est un palazzo ultramoderno, squadrato,  nessuna colonna, nessun segno di imperialismo. Sembra sia passato un fiume in piena che ha travolto e distrutto un popolo.

Poi ci sono le luci di Kreuzberg, o i localini di Berlin Mitte. La musica per le strade. Un centro commerciale di quattro piani. La torre della televisione, che spunta fuori da tutte le parti, e sovrasta i tetti dei palazzi, antichi e moderni, e una metro super efficiente che ti porta dall’estremo est all’estremo ovest in quaranta minuti.

Da Alexanderplatz, la lunga e famosa Unter den Linden porta fino alla porta di Brandeburgo, un monumento che ha visto l’impero, il nazismo, la guerra, e che porta una scultura sopra di sé simbolo di vittoria: è stata distrutta e ricostruita (non è forse anche questo processo un segno di vittoria?). Un tempo la porta di Brandeburgo separava est ed ovest, e da lì fu urlato a Gorbačëv, “Apra questa porta!”

Oggi la si attraversa  normalmente, e non c’è più nessun cartello che ammonisce, “you are now living the American sector!”, eccetto che al Checkpoint Charlie, il punto di passaggio tra la Berlino ovest e la Berlino est negli anni della guerra fredda: lì è stato ricostruita una zona commemorativo che mantiene tali cartelli, ma solo perché i turisti possano scattarsi dei selfie come si deve.

La prima impressione che lascia Berlino è un senso di “indefinito.” Come descrivere in due aggettivi la città? Vienna è elegante e imperiale. Londra è moderna e caotica. Roma è caput mundi e maestosa. Ma Berlino cos’è? Un cumulo di ricordi e macerie associate ad un architettura moderna e anonima. Ad un primo acchito questa impossibilità di definizione per una mente analitica può sembrare deludente. Cosa sono venuto a vedere qui? Cos’è che mi aspettavo? Troppo o forse semplicemente qualcosa di diverso. Il problema delle aspettative è che sono fondate su criteri soggettivi, e i criteri soggettivi sono spesso infondati o sbagliati. Dunque, mi sono convita che la cosa migliore era continuare a camminare per le strade, alla ricerca di due aggettivi per descrivere Berlino. In altre parole, ho iniziato la mia flânerie. Come Baudelaire a Parigi, o Franz Hessel a Berlino negli anni ’20. O Walter Benjamin. Secondo Baudelaire il flâner è il “pittore della vita moderna,” uno spettatore senza casa, che tuttavia si sente a casa dovunque. E’ un principe che gioisce in incognito. Un dandy che cammina per le strade della città.

Walter Benjamin nel suo studio di Baudelaire ha paragonato l’atto di camminare alla creazione di un testo: creare un cammino, procedendo lungo le strade di un paesaggio ignoto è simile ad uno scrittore che si approccia ad una pagina bianca e crea una storia, macchia di inchiostro dopo macchia di inchiostro. Creare diventa sinonimo di camminare, e il flâneur diventa epiteto dell’artista.

Dunque la flânerie, la camminata artistica e pensierosa nelle strade di una città sconosciuta è un atto d’arricchimento e di studio sociologico e antropologico, seppur profondamente soggettivo. Ogni definizione è figlia di un’impressione. E l’impressione, così come l’aspettativa, è ingannevole.

A Berlino si vede arte vecchia di secoli, distruzione, memorie e melanconia. E poi si vede vita, allegria, sorrisi, un po’ irrigiditi dal freddo. E ogni angolo diventa spunto per riflessione e poesia.

Dunque, tornando ai miei due aggettivi per Berlino, ho deciso, scandagliando il dizionario che questa città è “moderna,” e “malinconica.” Passato e futuro, con un presente indefinibile. Un po’ come quello di ogni essere umano. Troviamo un aggettivo al presente solo dopo che è passato.

 

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